Konkytarea e Viinesy

E err, e llagkur, mbrooma

mb’uudhys Viines, shii;       

ure kyrkonja Maren

ty konkytaren breshe.

 

Mb’uudhy njy pillake.           

“Miir se ty gjeta, ndrí!          

E ddi te ku Marlulla

Rri, konkytarea e breshe?”

 

“Miir s’erdhe, ti udhytaar,

se jee ka gjaku joon,           

ti pieste, u ty pyrgjegjynja:  

stupì e Mares o’ atì.”

 

Njy speel ty zhbirtur pee,

zhiarri te vatra ddiegkjc

kamnisic kamnoi.    

 

Mbronda kamnoit peeva    

njy gkrua, adhé e reevo,

te njy door njy ddiall,            

njy llugk e maath te jetra;    

ndy kusii gjo pyrzhiec.        

 

Llesh-zhezha si nata,          

fakja ddíali-e-ddiegkur,

zhiarri u skrepicy mb’aany e          

bbiljes t’speelit gkuriçç.      

 

“Moi, ççy my pyrzhien                     

ndy kusiit e zheezhy?          

Pyrzhien llongkun bbaric    

I miir pyr sii-kukjit                 

e pyr simurma maalic?”     

 

Ddual Marlulla e vroory,      

e vroory me bbirin ngkrah,

skyndillat asacy siivet                     

rraan mbi fakjes tiim.          

 

“Ti kee ti jeçç i lavur,           

sa strombury ti folle!

Ikk, se im shokj u mbijdhet 

kriet ççy kee ty prett.”                                             

 

“Ti ningky my prizhee,                                            

mank idhi shokj my vret,                             

se viershytaar u’jaamy:                                          

adhé me kriet ty preer                                            

njy vierhytaar ningk ddees!                        

Kindó,pyr kitá erdha.”                                            

 

“Jee vyrtet i ddejytur!                      

Ççy skova ure, e skreeta!

Ndy sheitrat ungk my ndihnjyn

te praku ullu e gjegjc!”        

 

Zhuu fiil asture Mara

konken e Kostandinit,         

kjy jesh tre ddita i dhondur 

e nondy vieçç nd’ushtyríit e

Zhotit ty maath Stambollit   

njer ççy te nusa u nteu.

Ftoi gjithy te darsema,        

veçç mua, se nyngk kisha lleer.

 

Buia, bagnata, la sera

nelle strade di Vena, pioggia;

Io cerco Mara

la Rapsoda degli arbereschi.

 

Nella strada una vecchia.

 “Bentrovata, comare!

Lo sai dove abita Maria Fiore,

La rapsoda arberesca?”

 

Benvenuto, tu viandante,

perchè sei del nostro sangue,

alla tua domanda ti rispondo

che la casa di Mara è qui.”

 

Una casupola aperta io vidi,

un fuoco nel focolare ardeva,

emetteva fumo il camino.

 

Dentro il fumo io vidi

una donna, ancor giovane,

con in un braccio un bambino,

un grande mestolo nell’altro;

mescolava qualcosa nella caldaia.

 

Capelli neri come la notte,

faccia bruciata dal sole,

il fuoco crepitava tutt’intorno

alla figliuola nella casupola di pietra.

 

 “Ohimè, che mi mescoli

nella nera caldaia?

Mescoli un infuso di erbe

adatto contro il malocchio

e e per gli ammalati d’ amore?”

 

Uscì Maria Fiore severa,

e severa col figlio in braccia,

le scintille dei suoi occhi

si riversarono sul mio viso.

 

 “Tu devi essere matto,

Per quanto ingiustamente hai detto!

Scappa, chè mio marito sta per rientrare

e la testa che ti trovi ti taglia.”

 

 “Tu non mi scacci,

e nemmeno tuo marito mi uccide,

perchè un poeta io sono:

anche con la testa tagliata

un poeta non muore!

Canta, per questo son venuto.”

 

“In verità tu sei ubriaco!

Che mi è capitato, povera me!

Se i santi non m’aiutano

siedi sulla soglia e ascolta!”

 

Incominciò così Mara

il canto di Costantino,

che fu per tre giorni sposo

e nove anni nell’esercito

del Signore di Costantinopoli

finchè non ritornò dalla sposa.

Invitò tutti al matrimonio,

al di fuori di me, perchè non ero nata.

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